SEGNALI DELLA PALERMO PERDUTA
- Giusi Lombardo

- 29 set 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Per comprendere la trasformazione viaria della nostra Palermo nei secoli è necessaria la consultazione delle mappe d'epoca.
Qualche tempo fa, dallo spunto dell'opera "Palermo felicissima" di Nino Basile del 1929, la mia attenzione si è soffermata sul quartiere Albergheria, nella zona alle spalle della chiesa del Carmine Maggiore.
Una zona, come tante altre in città, che brulicava di vicoli e di cortili, oggi letteralmente scomparsi. Oppure così trasformati da diventare irriconoscibili.
Della loro storia a volte rimane soltanto il nome. E così in quel punto, quella che una volta si chiamava via dietro il Carmine, ha assunto due nomi: la parte a ridosso della chiesa si chiama via Angelo Musco, fino in via Giovanni Grasso e la sua prosecuzione fino a via Cesare Battisti si chiama via porta S. Agata.
Ebbene, ai tempi del Basile si era appena approvato un progetto di rettifilo urbano che originò l'attuale via Giovanni Grasso. La realizzazione della strada sconvolse l'assetto urbano delle strade, modificandolo quasi del tutto.
Alle spalle dell'attuale via porta S. Agata, nel punto in cui si incrocia con via Giovanni Grasso, rimase piazza S. Pasquale dove in passato si apriva un vicolo, oggi sparito, che accoglieva un'antica chiesetta intitolata al Santo, di proprietà della maestranza dei caprai, distrutta durante la rivolta del 1848.
Il Santo era spagnolo ed evidentemente fu come "ereditato" nel periodo della dominazione della Spagna. Un po' come sant'Isidoro Agricola, a cui è dedicata la chiesa dei Fornai. Tradizionalmente a Napoli S. Pasquale Baylon (Baylonne è una trasformazione tutta italiana del suo nome) veniva invocato dalle donne nubili affinché trovassero un buon marito con la seguente preghiera: "San Pasquale Baylonne protettore delle donne, fa che io trovi marito bianco, rosso e colorito, come te tale e quale o glorioso San Pasquale".

Fino agli anni Novanta del secolo scorso nella piazza esisteva una fontanella storica prodotta nel 1887 dalla Fonderia Di Maggio, ormai inesistente, di cui ancor oggi si nota la grata di scarico.

Seguendo le indicazioni di Nino Basile ed aiutandomi con le mappe storiche ho rintracciato, ad angolo fra piazza S. Pasquale e via Giovanni Grasso (in questo punto ex piazza Ritiro di San Giuseppe) il luogo in cui si innalzava uno dei palazzi della famosa famiglia Termine, la stessa del noto palazzo turrito in via Bandiera. Addirittura si notava ancora lo stemma familiare, evidenziato nella foto tratta dal volume del Basile.

Il palazzo venne demolito, per via del suddetto rettifilo, come anche altri monumenti. Infatti, dal lato dell'odierna via porta S. Agata, sparirono il cortile Celso ed il vicino cortile S. Venanzio, con la chiesetta della maestranza dei fontanieri.
Però Basile precisa che, svoltando a destra per quella che è l'attuale via Porta S. Agata, in direzione della porta omonima, subito dopo i due cortili si notava un'altra parte del palazzo. Una porzione miracolosamente sopravvissuta, mi sono accorta...
Il Basile aggiunge che fino al 1726, il palazzo venne trasformato nel Ritiro di San Giuseppe che ospitava donne dissolute, poi trasferite nel Ritiro di San Pietro al Trappettazzo, di cui ho già trattato. https://www.palermorewind.it/post/il-sorvegliante-silenzioso-di-ballaro

Purtroppo ciò accade tutte le volte che non si ha interesse a conservare la memoria storica della nostra città. Soltanto nei nomi, piccoli e significativi spunti, si può risalire e approfondire la storia del passato che non deve perdersi nell'oblio, perché è dal passato che è scaturito il nostro presente ed è lo stesso passato che ci indica e ci insegna a non commettere gli stessi errori. Ma si sa...la storia ammaestra ad allievi indolenti.
A tal proposito, riporto le doglianze del Basile.
"Se il lettore volesse prendersi la pena di visitare questa antica dimora dei Termine, si troverebbe in presenza di una bella pagina da aggiungere a questa storia della nostra architettura che, dubito assai, mai sarà scritta, divenendo ogni giorno più difficile scriverla, sia perché mancano gli architetti appassionati della loro arte che, con serietà di intenti, larghezza di conoscenze storiche e sano senso d'arte, studino, come studiarono gli antichi, i nostri monumenti dell'arte classica; sia perché Palermo, per rinnovarsi, sente istintivo il bisogno di distruggere tutto quanto è antico, per mettere al suo posto delle brutte novità; sia infine perché in questa felice Città, invece di fare conservazione, si intraprendono dei restauri col nobile intento di ridurre all'originario splendore i monumenti d'arte, ma si finisce sempre col falsarli, sicché gli studiosi non si troveranno più in presenza di documenti materiati di verità, ma saranno ingannati da testimonianze menzognere."
E, aggiungo io, tutto avvenne assai prima del triste "sacco di Palermo".
Bibliografia: Palermo felicissima di Nino Basile



